- Solo il 28% delle istituzioni finanziarie ha raggiunto una reale scalabilità lungo tutta la value chain
- L’as-a-service emerge come leva per ridurre la complessità e migliorare l’efficienza
- L’Agentic AI può trasformare fino al 70% dei processi
Nel settore finanziario la parola chiave è sempre più una: complessità. Non si tratta però di un fenomeno transitorio, ma di un vero e proprio cambio di paradigma che impone alle istituzioni un’evoluzione strutturale. Parte da questa riflessione l’intervento di Manuel Pincetti partner di Monitor Deloitte, che nella seconda giornata di OWIN26 (qui l’articolo sulla prima giornata) ha presentato i risultati di una ricerca, condotta in collaborazione con Objectway, su come trasformare la crescente complessità in un fattore abilitante per scalabilità ed efficienza. Clienti sempre più digitali, regolamentazione crescente e mercati frammentati stanno ridefinendo le regole del gioco, mettendo sotto pressione modelli operativi che fino a pochi anni fa erano considerati solidi.
Oggi infatti oltre il 70% degli investitori si aspetta un’interazione digital-first con il proprio intermediario, con un’esperienza fluida e integrata su tutti i canali. A questo si affianca una regolamentazione sempre più pervasiva, che non riguarda più soltanto i rischi finanziari ma si estende anche a quelli non finanziari, con un impatto diretto sui costi operativi. Infine, la frammentazione del mercato – basti pensare alle oltre 300 sedi di negoziazione presenti in Europa – rende ancora più complessa la gestione delle attività lungo tutta la catena del valore.
In questo contesto, gli investimenti in tecnologia sono cresciuti in modo significativo negli ultimi anni, sostanzialmente in linea con l’aumento degli asset under management. Eppure, nonostante lo sforzo finanziario, solo una minoranza delle istituzioni riesce a raggiungere una reale scalabilità: la ricerca evidenzia che appena il 28% degli operatori globali ritiene di aver costruito un modello realmente scalabile lungo l’intera value chain.
Pincetti spiega che le ragioni sono strutturali. Da un lato pesa il tema del debito tecnologico, con sistemi legacy che continuano ad assorbire risorse e a limitare la flessibilità operativa. Dall’altro, una parte significativa della spesa IT e operativa rimane “incomprimibile”, legata a infrastrutture e risorse interne difficili da ottimizzare. A ciò si aggiunge il peso della regolamentazione, che in Europa può assorbire oltre il 20% del budget IT, sottraendo risorse alla trasformazione vera e propria.
È qui che entra in gioco un cambio di prospettiva: non è più sufficiente investire in tecnologia, ma diventa cruciale ripensare il modo in cui questa viene adottata e gestita. La leva chiave diventa la sourcing strategy. Accanto ai modelli tradizionali, basati su sviluppo interno o outsourcing classico, stanno emergendo con sempre maggiore forza modelli innovativi basati su logiche as-a-service, che includono soluzioni SaaS, hybrid SaaS e configurazioni integrate con BPaaS.
Il trend è confermato dai numeri: la quota di spesa destinata a questi modelli è più che raddoppiata negli ultimi anni e continua a crescere. Oggi circa il 13% delle istituzioni finanziarie utilizza modelli as-a-service per supportare la scalabilità, ma la percentuale è destinata a superare il 35% nei prossimi anni.
I vantaggi sono molteplici. Innanzitutto, la possibilità di ridurre la complessità interna, delegando a partner specializzati la gestione di componenti operative e tecnologiche. In secondo luogo, l’accesso a competenze e talenti, in particolare in ambito data e AI, sempre più difficili da attrarre e trattenere internamente. Infine, il passaggio da una logica di investimento in conto capitale a una struttura di costi operativi più flessibile e maggiormente legata ai risultati di business.
Un elemento chiave è che questi modelli non richiedono un approccio “all-in”. Al contrario, possono essere adottati in modo modulare, su specifici ambiti: dall’integrazione post-M&A, alla razionalizzazione dei back office, fino allo sviluppo di piattaforme digitali scalabili anche in ottica cross-border.
In questo scenario, l’intelligenza artificiale rappresenta un ulteriore fattore di discontinuità. Sempre secondo la ricerca, tecnologie come l’Agentic AI potrebbero arrivare a trasformare fino al 70% dei processi operativi. Tuttavia, la loro adozione su larga scala è stata finora frenata da barriere legate alla compliance, alla qualità dei dati, ai costi e alla disponibilità di talenti.
Ancora una volta, il modello as-a-service si propone come abilitatore. Integrando compliance “by design”, accesso a dati strutturati e competenze specializzate, consente di superare molti degli ostacoli che hanno limitato finora l’adozione dell’AI, favorendo un passaggio da semplici casi d’uso sperimentali a una vera trasformazione dei processi.
Tuttavia, il punto centrale sottolineato da Pincetti è che questa evoluzione non può essere interpretata come un progetto tecnologico. Si tratta di una trasformazione profonda del modello operativo. Le istituzioni sono chiamate a ridefinire cosa mantenere al proprio interno, come riprogettare i processi e come orchestrare un ecosistema di partner.
In questo percorso, la governance e il change management diventano elementi critici. Non basta implementare una nuova soluzione: è necessario ripensare il funzionamento dell’organizzazione, con un coinvolgimento diretto del top management e un allineamento tra tecnologia e obiettivi di business.
Il vero cambio di paradigma è culturale prima ancora che operativo. Significa passare da un modello in cui si cerca di fare tutto internamente a uno in cui si costruisce valore orchestrando un ecosistema. In un contesto sempre più complesso, la scalabilità non si ottiene semplificando la realtà, ma imparando a gestirla in modo diverso.
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