Gli agenti dell’Ai in finanza: così trasformano il 70% dei processi
18 Maggio 2026 – L’industria del wealth e asset management appare segnata da un moltiplicarsi delle pressioni strategiche, dall’evoluzione delle aspettative della clientela all’evoluzione normativa. In questo quadro, l’intelligenza artificiale rappresenta al tempo stesso un acceleratore e un banco di prova.
L’industria del wealth e asset management è entrata in una fase di trasformazione strutturale, segnata da un moltiplicarsi delle fonti di pressione. Tra queste, l’evoluzione delle aspettative della clientela rappresenta uno dei driver più profondi. Non si tratta semplicemente di digitalizzazione, ma di una ridefinizione del modello di relazione: secondo un’analisi condotta da Monitor Deloitte in collaborazione con Objectway, il 70% degli investitori si aspetta oggi un primo contatto digitale con il proprio fornitore di servizi finanziari e un’esperienza perfettamente integrata lungo tutti i canali. L’evoluzione normativa, in questo contesto, non è più solo un vincolo esterno, ma un fattore che ridefinisce priorità e allocazione delle risorse.
La compliance assorbe fino al 20% del budget
“C’è un’importante evoluzione e richiesta di adeguamento alla nuova regolamentazione, non solo sui rischi di natura finanziaria ma sempre di più sui cosiddetti rischi non finanziari. Un processo che sta accelerando”, racconta Manuel Pincetti, managing partner di Monitor Deloitte intervenuto in occasione di Owin26, l’annuale evento internazionale organizzato da Objectway dedicato alla community di clienti e stakeholder del settore finanziario. Le implicazioni sono rilevanti: una quota crescente degli investimenti, stimata nell’ordine del 20% in Europa, viene assorbita dall’adeguamento normativo, comprimendo lo spazio per l’innovazione trasformativa. A questa dinamica si aggiunge un ulteriore elemento di discontinuità: la crescente frammentazione del mercato. Gli strumenti finanziari sono negoziati in oltre 300 sedi di negoziazione in tutta l’Unione europea, a testimonianza di un ecosistema sempre più articolato.
Marciano: “L’innovazione, da sola, non basta”
Il risultato è un paradosso che emerge anche dai dati: nonostante l’aumento significativo degli investimenti tecnologici, solo una minoranza degli operatori riesce a tradurli in scalabilità lungo l’intera catena del valore. “Solo il 28% delle istituzioni finanziarie globali dichiara di aver raggiunto una reale scalabilità lungo l’intera catena del valore, dal front-office al back-office”, conferma Pincetti. Il nodo, dunque, non è più quanto si investe, ma come. “L’innovazione, da sola, non è sufficiente per raggiungere la scalabilità”, osserva Luigi Marciano, fondatore e ceo del Gruppo Objectway, intercettato da The Signal a margine della conferenza.
Il contesto di mercato ha perso linearità
A frenare le istituzioni finanziarie concorrono diversi fattori. Innanzitutto, il 90% si attende un aumento significativo del debito tecnico legato ai sistemi legacy. In secondo luogo, circa la metà della spesa totale in tecnologia è ancorata a voci di costo non comprimibili, in particolare alle risorse interne dedicate all’It, all’hardware e alle infrastrutture. Senza dimenticare il peso crescente della compliance che, come anticipato, può assorbire oltre il 20% della spesa IT annuale in Europa (una percentuale che scende al 15% per gli Stati Uniti). In parallelo, anche il contesto di mercato ha perso quella linearità che per anni ha sostenuto la crescita del settore. Come evidenzia Marciano, il tradizionale modello di espansione – basato sull’aumento degli asset under management – non è più sufficiente. Volatilità geopolitica, passaggi generazionali e mutamento dei comportamenti della clientela stanno erodendo le certezze del passato, mentre la crescita rischia di tradursi in un aumento della complessità più che in un reale miglioramento della redditività.
Il passaggio ai modelli as-a-service
È in questo contesto che emerge il tema della scalabilità come nuova “stella polare” strategica. “Non si tratta più di innovare per singole iniziative, ma di ripensare in modo sistemico il modello operativo, affinché la crescita non sia accompagnata da un incremento dei costi e della complessità”, afferma Marciano. Una delle leve in questa direzione è rappresentata dall’evoluzione dei modelli di sourcing. Il settore sta assistendo infatti a un progressivo spostamento dalle strategie tradizionali – basate su modelli “build and run” o outsourcing classico – verso approcci più avanzati as-a-service. “Se fino a pochi anni fa queste soluzioni rappresentavano una quota marginale della spesa, oggi stanno diventando centrali nelle strategie di trasformazione: la percentuale di istituzioni che adottano modelli as-a-service è attesa passare dal 13% del 2025 a oltre il 35% nei prossimi tre anni”, osserva Pincetti.
Le ragioni, spiega l’esperto, sono molteplici. In primo luogo, la possibilità di trasferire all’esterno una parte significativa della complessità operativa, affidandola a partner specializzati. In secondo luogo, l’accesso a competenze e talenti difficilmente reperibili in-house, in particolare in ambiti come data science e intelligenza artificiale. Infine, la trasformazione della struttura dei costi. “Il passaggio da Capex a Opex consente un maggiore allineamento tra spesa e risultati di business”, afferma Pincetti. Tra l’altro, questo cambiamento non è solo tecnologico, ma anche culturale, da una logica di autosufficienza a una di orchestrazione dell’ecosistema. “Le istituzioni finanziarie sono chiamate a ridefinire ciò che costituisce il proprio core distintivo e a costruire partnership strategiche che le aiutino a liberare risorse”, ribadisce Marciano.
Il ruolo dell’intelligenza artificiale
In questo quadro, l’intelligenza artificiale rappresenta al tempo stesso un acceleratore e un banco di prova. Dopo una fase iniziale di sperimentazione, il settore si trova oggi a un punto di svolta: l’adozione dell’Ai – in particolare nelle sue declinazioni più avanzate, come l’Ai agentica – sta progressivamente passando da casi d’uso isolati a leve di trasformazione end-to-end dei processi. “L’Ai agentica, se adottata su larga scala, può consentire la trasformazione di circa il 70% dei processi tipicamente gestiti da un istituto finanziario”, sottolinea Pincetti. Attualmente, oltre l’80% della realtà del settore a livello mondiale ha già adottato politiche e meccanismi di governance chiari sul fronte dell’Ai o sta lavorando per adottarli.
Verso la logica “human on the loop”
Tuttavia, gli ostacoli restano rilevanti, dalla complessità normativa alla necessità di dati integrati, fino alla carenza di competenze e alla difficoltà nel dimostrare un ritorno economico chiaro su iniziative frammentate. È proprio in questo ambito che il paradigma as-a-service può agire da moltiplicatore. “L’Ai abilita l’as-a-service e l’as-a-service abilita l’Ai”, dichiara Pincetti a The Signal. Integrando nativamente compliance, tecnologia e competenze, questi modelli consentono di superare alcune delle principali barriere all’adozione su larga scala dell’Ai, favorendo un approccio scalabile alla trasformazione. In definitiva, secondo Pincetti, occorre spostare il focus da una logica “human in the loop” a una “human on the loop”: l’intervento umano evolverà verso funzioni di supervisione e governo.